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L'incontro con Benedetto XVI

La Chiesa di S. Zeno ed il suo vescovo allo Stadio “Bentegodi” di Verona hanno salutato Benedetto XVI con gioia, insieme ai fedeli delle diocesi del Triveneto, ai cardinali, ai vescovi e ai delegati di ogni regione d’Italia che hanno partecipato con vivo fervore al 4° Convegno Ecclesiale Nazionale .

“E come il giorno delle nozze la sposa si adorna di gioielli, noi - in così splendida corona - accogliamo la Santità Vostra in questo Stadio, rivestiti di Cristo e dei simboli della fede quasi bimillenaria della nostra terra – ha detto il vescovo di Verona Flavio Roberto Carraro -. L’accogliamo ai piedi del Crocifisso della nostra storica Chiesa di S. Luca e sotto il materno sguardo della Madonna del Popolo”.

Il Crocifisso trecentesco di S. Luca attesta la fede in Colui qui mortem nostram moriendo destruxit e il cui sacrificio redentore sempre si rinnova sull’altare. “Innanzi a questa croce stazionale hanno professato la loro fede religiosi e laici – ha aggiunto Carraro -. Il Superiore dei Crociferi dell’Ordine Agostiniano al quale la croce apparteneva, accoglieva il novizio che entrava in religione con queste parole: “Accipe fili Crucem tam in corde, quam in manibus, et eam semper tecum portes”. Figlio, ricevi la croce tanto nel cuore quanto nelle mani e portala sempre con te. È la morte gloriosa di Cristo – ci ricordava il cardinal Tettamanzi nella sua prolusione – il luogo sorgivo e l’alimento costante della speranza della Chiesa e dell’umanità”.

Sul tema del 4° Convegno Ecclesiale “Testimoni di Gesù risorto” Benedetto XVI ha sottolineato: “Questa definizione dei cristiani deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At 1,8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel “di” va capito bene! Vuol dire che il testimone è “di” Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. E’ esattamente il contrario di quello che avviene per l’altra espressione: “speranza del mondo”. Qui la preposizione “del” non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è “il Santo” (in ebraico Qadosh ). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della non-violenza. Come dice sant’Agostino: “Hai creduto, sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. E’ stata sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto: risorga la nuova” (Sermone Guelf. IX, in M. Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo, non sono del mondo, i cristiani possono essere speranza nel mondo e per il mondo”.
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